Pubblicato da: Vito Nicola CICCHETTI | 30 agosto 2012

AVVOCATI vietata la pubblicità “commerciale” dello studio. Legge Bersani.

La Cassazione Civile  Sezioni Unite con la  sentenza n. 14368 del 10.08.2012, ha ritenuto “sanzionabile  per  violazione  dei canoni della dignità, della correttezza  e  del  decoro “l’utilizzo delle espressioni L’angolo dei diritti e negozio”, in quanto tali espressioni “hanno  carattere  prettamente  commerciale”, ed in quanto  “Esse  tendono  a  persuadere  il  possibile  cliente  attraverso  un  motto  pieno   di  capacità  evocativa  emozionale,  basandosi,  quindi,  su   messaggi  pubblicitari  eccedenti  l’ambito informativo  razionale  così  come  previsto  dalla  norma  deontologica”  (artt.  17  e  19  del  Codice  deontologico forense)” 

 
                              REPUBBLICA ITALIANA
                       IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
                   LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
                              SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. VITTORIA Paolo                    –  Primo Presidente f.f.  –
Dott. ADAMO    Mario                          –  Presidente Sez.  –
Dott. MASSERA  Maurizio                           –  Consigliere  –
Dott. SEGRETO  Antonio                            –  Consigliere  –
Dott. RORDORF  Renato                             –  Consigliere  –
Dott. FORTE    Fabrizio                           –  Consigliere  –
Dott. DI PALMA Salvatore                     –  rel. Consigliere  –
Dott. CHIARINI Maria Margherita                   –  Consigliere  –
Dott. TIRELLI  Francesco                          –  Consigliere  –
ha pronunciato la seguente:

                                                  sentenza

sul ricorso 24467-2011 proposto da:

…………., elettivamente domiciliato in ………………..,  presso  lo  studio dell’avvocato ………………..,  rappresentato  e  difeso  dall’avvocato  …………………….  per  procura  in  calce  al  ricorso;     – ricorrente –

                                                   contro

CONSIGLIO  DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI ……………, CONSIGLIO  NAZIONALE  FORENSE, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;                – intimati –

avverso  la  decisione  n. 93/2011 del CONSIGLIO  NAZIONALE  FORENSE,  depositata il 07/07/2011;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del  14/02/2012 dal Consigliere Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito l’Avvocato ……………….;

udito  il  P.M.  in  persona dell’Avvocato Generale  Dott.  ……….. che ha concluso per il rigetto del ricorso.

                        Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Ritenuto che l’Avvocato  …………., con ricorso del 7  ottobre  2011, ha impugnato per cassazione – deducendo sette motivi di censura  -,  nei confronti del Procuratore generale della Repubblica presso la  Corte  di  cassazione e del Consiglio nazionale forense, la decisione  del  Consiglio nazionale forense n. 93/2011 del 13 novembre 2010 –  7  luglio   2011,   con   la  quale  il  Consiglio  nazionale   forense,  pronunciando sul ricorso degli Avvocati   …….  avverso  la  decisione  del  Consiglio  dell’Ordine  degli  avvocati di …………. in data 15 dicembre 2009 – che aveva inflitto agli  Avvocati   ………….. la sanzione disciplinare della censura -,  sulle  conclusioni del Procuratore generale – il quale aveva  chiesto  in  rigetto del ricorso e, in subordine, la riduzione della  sanzione  inflitta all’avvertimento -, ha respinto il ricorso;

che  il Consiglio dell’Ordine territoriale, con deliberazione del  31  marzo  2009, aveva promosso l’azione disciplinare nei confronti degli  Avvocati  ………..,  formulando  i  seguenti   capi   di  incolpazione: 1) “Art. 5 del Codice Deontologico Forense (C. D.  F.),  principio generale, per avere avviato l’attività dello studio legale  associato  L’angolo dei diritti in un locale posto sul piano  strada,  con  l’utilizzo del predetto logo, applicando alle vetrine vetrofanie  multilingue  ed  indicando con lo stesso mezzo le  materie  trattate,  esponendo  all’esterno gli orari di apertura e  riportando  sul  sito  internet, all’indirizzo (OMISSIS), la dicitura  orari  negozio”;  2) “Art. 5, principio generale, nonchè art. 19, principio  generale, art. 43, secondo canone, art. 45 C. D. F. e art. 2233 c.c.,  comma  2,  per  avere  offerto  al  pubblico,  mediante  una  tariffa  reperibile   all’indirizzo   internet  (OMISSIS)   ed  esposto  come vetrofania, prestazioni professionali, anche di  natura  giudiziale,    ad    un   costo   predeterminato    e    quantificato  forfetariamente, senza riferimento al valore ed all’importanza  della  pratica  nonchè alla sua presumibile durata”; 3) “Art. 5,  principio  generale,   art.  17,  principio  generale,  ed  art.  18,  principio  generale,  C. D. F., per avere rilasciato ai quotidiani  locali  ”  (OMISSIS)”  e  “(OMISSIS)”  (di  (OMISSIS)),  edizioni  del  21  febbraio  2009, due differenti interviste dalle quali  risultano,  in  virgolettato,   le   seguenti  affermazioni  “(…)   costi   fissati  dall’inizio e destinati a rimanere tali, senza spese per i  clienti”,  “lo  studio su Internet sarà sempre aperto”, “Ci rivolgiamo a quella  fascia  di  persone che non si rivolgono all’avvocato per  diffidenza  (…)  il  nostro  scopo  è  quello  di  migliorare  l’approccio   e  facilitare il ricorso del cittadino alla giustizia (…), promuovendo  un’idea  di assistenza legale come servizio a favore di tutti  e  non  appannaggio  di alcuni”, nonchè per aver indicato sul sito  internet  raggiungibile all’indirizzo (OMISSIS) le  espressioni  “si  concedono a richiesta pagamenti personalizzati e dilazionati”  e  patto  di  quota  lite”; (…) 6) “Art. 17-bis C.  D.  F.,  per  aver  provveduto   all’attivazione   di  un  dominio   internet,   operante  all’indirizzo  (OMISSIS), senza  aver  effettuato  la  preventiva  comunicazione al Consiglio dell’Ordine, e  per  non  aver  indicato  i  dati previsti dal comma 1 del medesimo art.  17-bis  (ad  esempio,   l’indicazione  dei  nominativi  dei   professionisti   che  compongono  lo  Studio e del Consiglio dell’Ordine di appartenenza)”;

7) “Art. 24, principio generale, C. D. F., per non avere adempiuto ai  dovere  di  verità  nei  confronti  del  Consiglio  dell’Ordine   di  appartenenza,   avendo  indicato  che  tra  i   collaboratori   della  Associazione professionale L’angolo dei diritti erano compresi  anche  gli  Avvocati   ………..,  che  hanno  invece negato la circostanza. In   (OMISSIS)”;

che   i  predetti  Avvocati  avevano  fatto  pervenire  al  Consiglio  dell’Ordine una serie di osservazioni e giustificazioni in ordine  ai  capi  di  incolpazione, dopo di che il procedimento disciplinare  era  stato trattato nelle udienze del 21 luglio, del 22 settembre, del  20  ottobre, del 24 novembre, del 1 dicembre e del 15 dicembre 2009;

che,  all’esito di tale procedimento, il Consiglio dell’Ordine  degli  avvocati  di ………,  con decisione de 15-30  dicembre  2009,  aveva  disposto il proscioglimento degli incolpati in relazione ai capi 4  e  5   dell’incolpazione   ed   aveva   affermato   la   responsabilità  disciplinare degli stessi in relazione agli altri capi, irrogando  la  sanzione della censura;

che  gli  Avvocati incolpati avevano impugnato tale decisione dinanzi  al  Consiglio Nazionale Forense, chiedendo che: – il logo “Angolo dei  diritti” venisse considerato conforme a deontologia, in quanto  privo  di   qualsiasi  caratterizzazione  di  natura  commerciale  (capo  di  incolpazione n. 1); – le tariffe proposte in via generale per  alcune  tipologie  di attività venissero considerate conformi a deontologia,  perchè proposte in forza di norma di legge (capo di incolpazione  n.  2);  –  le  espressioni  contestate nel capo  di  incolpazione  n.  3  venissero considerate conformi a deontologia, perchè i contenuti dei  messaggi erano stati elaborati per essere recepiti dai destinatari; –  l’Avvocato …… fosse assolto dall’incolpazione di cui al capo  n.  7,  perchè  si trattava di un fatto a lui estraneo, con  conseguente  riduzione della sanzione a quella dell’avvertimento;

che  il  Consiglio Nazionale – acquisiti documenti attestanti che  in  molte  parti del Paese sono stati aperti studi “su strada” -, con  la  decisione 93/2011 del 13 novembre 2010-7 luglio 2011, ha respinto  il  ricorso;

che  in  particolare, per quanto in questa sede rileva, il  Consiglio  nazionale  forense ha affermato che: a) “preliminarmente,  (…)  nel  caso  di  specie, non è censurato l’esercizio della  professione  in  ambiente  e  luogo diverso dalla tradizione o con inusuali  modalità  comunicative:  nel  caso di specie, infatti, la localizzazione  dello  studio   non  comporta  neppure  una  violazione  della  riservatezza  dell’utente  o  della dignità professionale dei legali  che  operano  nello  studio”; b) relativamente ai capo di incolpazione n.  1):  “Il  Codice  deontologico forense, a seguito dell’entrata in vigore  della  normativa   nota   come  “Bersani”  consente  non   una   pubblicità  indiscriminata   ma   la   diffusione  di   specifiche   informazioni  sull’attività, al fine di orientare razionalmente le scelte di colui  che ricerchi assistenza, nella libertà di fissazione del compenso  e  della  modalità  del suo calcolo. La peculiarità e la  specificità  della professione forense giustificano, tuttavia, conformemente  alla  normativa  comunitaria e alla costante sua interpretazione  da  parte  della  Corte di giustizia, le limitazioni derivanti dalla  necessità  di proteggere i beni della dignità e del decoro della professione  e  la verifica al riguardo è dall’ordinamento affidata al potere-dovere  dell’ordine  professionale.  Nel caso  di  specie,  l’utilizzo  delle  espressioni  L’angolo  dei diritti e “negozio” (solo  successivamente  eliminata)  hanno carattere prettamente commerciale. Esse  tendono  a  persuadere  il  possibile  cliente  attraverso  un  motto  pieno   di  capacità  evocativa  emozionale,  basandosi,  quindi,  su   messaggi  pubblicitari  eccedenti  ìambito informativo  razionale  così  come  previsto  dalla norma deontologica”, ciò conformemente al principio,  secondo cui “il disvalore deontologico dell’attività di acquisizione  della clientela, di per sè lecita e tanto più nell’attuale contesto  in  cui l’ordinamento comunitario e l’interpretazione di svariate sue  norme  pongono  in  evidenza  l’aspetto  organizzativo,  economico  e  concorrenziale dell’attività professionale, risiede negli  strumenti  usati  ai fini dell’accaparramento, i quali non devono essere  alcuno  di  quelli  tipizzati in via esemplificativa nei canoni complementari  dell’art.  19,  non  concretizzarsi  nell’intermediazione  di   terzi  (agenzie  o  procacciatori), nè essere,  più  genericamente  “mezzi  illeciti” o meglio (nella versione vigente, approvata il 14  dicembre  2006) che possano esplicarsi in modo non conforme alla correttezza  e  decoro”;  c) relativamente al capo di incolpazione n. 2): “Quanto  ai  costi  predeterminati,  non  è  condivisibile  l’opinione  che  nega  l’avvenuta  compromissione, nella specie, dei principi di adeguatezza  e proporzionalità: al contrario, è verificabile l’avvenuta lesione,  nella  specie,  del  decoro  della  professione  legale,  svilita  da  proposte  commerciali che offrono servizi a costi molto  bassi.  Qui,  infatti, non si tratta di valutare se sussista corrispondenza  con  i  minimi  tariffari,  bensì l’adeguatezza del compenso  al  valore  ed  all’importanza  della  singola pratica trattata;  invero  i  compensi  devono   sempre  essere  proporzionati  all’attività   svolta”;   d)  relativamente  al  capo  di  incolpazione  n.  3):  “In  merito  alle  interviste rilasciate ed alle relative espressioni utilizzate (quali:

“Ci  rivolgiamo  a  quella fascia di persone  che  non  si  rivolgono  all’avvocato  per  diffidenza (…) il  nostro  scopo  è  quello  di  migliorare  l’approccio e facilitare il ricorso  del  cittadino  alla  giustizia  (…),  promuovendo  un’idea  di  assistenza  legale  come  servizio  a  favore  di tutti e non appannaggio di alcuni”),  occorre  rilevare  (che)  un  intento captativo e non informativo  che,  dando  della  categoria  un’immagine negativa, ingenerano  diffidenza  nella  clientela”;  e) quanto al capo di incolpazione n. 6): “Gli  incolpati  hanno  anche  violato l’art. 17-bis del codice deontologico  forense,  secondo  cui “L’avvocato che intende dare informazioni sulla  propria  attività professionale deve indicare; la denominazione dello studio,  con l’indicazione dei nominativi dei professionisti che lo compongono  qualora l’esercizio della professione sia svolto in forma associata o  societaria  (…)”.  La  circostanza che i ricorrenti  abbiano  posto  rimedio  all’insufficienza  delle  indicazioni  rispetto  al  modello  deontologico in un momento successivo non scrimina per ciò  solo  il  comportamento    precedente   contrario   alla    deontologia”;    f)  relativamente  al  capo  di incolpazione n. 7):  “(…)  quanto  alla  violazione  del  dovere  di verità, dal verbale  dell’audizione  del  3.3.2009  a  firma  degli  incolpati risulta l’affermazione  per  cui  presso  L’angolo dei diritti operavano “sei” avvocati,  tra  i  quali  l’avv.  …………………… e l’avv. ……..,  i  quali,  invece,  sentiti  in  merito, hanno negato  qualsiasi  partecipazione  all’iniziativa.  Onde  appare  senza  dubbio  violato  il  dovere  di  verità”;  g)  “Quanto alla sanzione irrogata, quella  della  censura  appare  congrua  rispetto  alla condotta,  potenzialmente  contagiosa  (indipendentemente  dall’inutile ricerca di una  sua  dannosità  nel  concreto,   del   tutto   estranea  alla   fattispecie   disciplinare  contestata), posta in essere da professionisti maturi per esperienza,  età e funzioni”;

che il Consiglio nazionale forense, benchè ritualmente intimato, non  si è costituito nè ha svolto attività difensiva;

che,  all’esito  dell’odierna udienza di discussione, il  Procuratore  generale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Considerato  che,  con il primo (con cui deduce: “Motivo  di  ricorso  R.D.L.  27 novembre 1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: sul vizio  di  eccesso di potere del Consiglio Nazionale forense”), e con il settimo  motivo  (con cui deduce: “Motivo di ricorso R.D.L. 27 novembre  1933,  n.  1578, ex art. 56, comma 3: violazione e falsa applicazione  della  L.  4  agosto  2006,  n.  248”) – i quali  possono  essere  esaminati  congiuntamente,  avuto riguardo alla loro stretta  connessione  –  il  ricorrente critica la decisione impugnata e – sulla premessa  che  il  decreto c.d. “Bersani” (D.L. n. 223 dei 2006, conv., con mod.,  dalla  L. n. 248 del 2006), in attuazione dei principi di libera concorrenza  e  di  libertà  di  circolazione delle persone  e  dei  servizi,  ha  espressamente    abrogato   tutte   le   disposizioni    legislative,  regolamentari  e  deontologiche che vietavano  ai  professionisti  la  pubblicità   informativa  “circa  i  titoli  e  le  specializzazioni  professionali,  le caratteristiche del servizio offerto,  nonchè  il  prezzo  e  i costi complessivi delle prestazioni, secondo criteri  di  trasparenza   e  veridicità  del  messaggio,  il  cui  rispetto   è  verificato  dall’Ordine”, e che tale abrogazione  non  ha  comportato  alcun vuoto normativo di tutela, in quanto il D.Lgs. n. 145 del  2007  contiene   una   esaustiva  disciplina  in  materia  di   pubblicità  ingannevole  e  comparativa,  che  prevede  la  esclusiva   vigilanza  dell’Autorità  garante della concorrenza e del  mercato  con  poteri  ispettivi  e  sanzionatori  –  sostiene  che:  a)  nella  specie,  il  Consiglio   nazionale  forense  ha  ecceduto  i  limiti  del   potere  attribuitogli,  in  quanto,  anzichè  limitarsi  a   verificare   la  veridicità   del  messaggio  pubblicitario  di  cui   al   capo   di  incolpazione  n.  1), ha giudicato il contenuto e gli  effetti  dello  stesso messaggio, funzione questa attribuita alla predetta Autorità;

b)  lo stesso Consiglio ha offerto una lettura troppo restrittiva del  decreto  “Bersani” quanto alla pubblicità informativa  dallo  stesso  ammessa, ciò alla luce della ratio legis consistente ne favorire  la  più   ampia  libertà  dei  professionisti  parificati  agli   altri  imprenditori  e  nel rafforzare la libertà di scelta  del  cittadino  consumatore;

che, con il secondo motivo (con cui deduce: “Motivo di ricorso R.D.L.  27  novembre  1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: sulla violazione  e  falsa applicazione dell’art. 24 Cost., comma 2, R.D. 22 gennaio 1934,  n.  37, art. 47, comma 2, e art. 50”), il ricorrente – sulla premessa  che  l’impianto  accusatorio  si fonda “quasi  esclusivamente”  sulle  dichiarazioni   rese   dagli  incolpati  al   Consiglio   dell’Ordine  territoriale  nella seduta del 30 marzo 2009 – critica  la  decisione  impugnata,  sostenendo che, nel corso del procedimento  disciplinare,  sarebbe  stato  violato il proprio diritto di difesa,  in  quanto  il  Consiglio  dell’Ordine  di Varese, nonostante  la  esplicita  istanza  degli incolpati – soprattutto in relazione al capo di incolpazione n.  7), rispetto al quale era stata formulata richiesta di assoluzione  o  di  riduzione  della  sanzione  di  ulteriore  istruttoria  -,  aveva  ascoltato   gli  stessi  esclusivamente  “a  chiarimenti”,   anzichè  “interrogarli”;

che,  con il terzo motivo (con cui deduce: “Motivo di ricorso  R.D.L.  27  novembre 1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: violazione dell’art.  111   Cost.   per   insufficiente   motivazione   del   provvedimento  impugnato”), il ricorrente critica la decisione impugnata,  sotto  il  profilo della sua insufficiente motivazione relativamente al capo  di  incolpazione n. 1), in quanto il Consiglio nazionale forense,  da  un  lato,  ha  ritenuto irrilevante sul piano disciplinare la  concezione  “tradizionale”  dello  studio legale, ma,  dall’altro,  ha  censurato  proprio il fatto che, nella specie, lo studio legale in questione non  si conforma al modello “tradizionale”;

che,  con il quarto motivo (con cui deduce: “Motivo di ricorso R.D.L.  27  novembre 1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: violazione  e  falsa  applicazione  del  R.D.  22 gennaio 1934,  n.  37,  art.  17,  Codice  deontologico forense”), il ricorrente critica la decisione  impugnata  anche  sotto  il profilo dei vizi della motivazione, in relazione  ai  capi  di  incolpazione nn. 1) e 2), quanto all’affermata contrarietà  al  decoro  della professione dei messaggi informativi e pubblicitari  divulgati  dagli  incolpati, sostenendo che  il  Consiglio  nazionale  forense  non  ha  dato  adeguata contezza del contenuto  attuale  del  parametro del “decoro” della professione, il quale deve essere inteso  nel  senso  non  tradizionale ma adeguato alla coscienza  sociale  ed  all’etica professionale di un dato momento storico;

che,  con il quinto motivo (con cui deduce: “Motivo di ricorso R.D.L.  27  novembre 1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: violazione dell’art.  Ili  Cost.  per omessa motivazione del provvedimento impugnato”),  il  ricorrente critica la decisione impugnata anche sotto il profilo  dei  vizi della motivazione, in relazione ai capi di incolpazione nn, 1) e  6), quanto alla negata scriminante della tempestiva eliminazione,  da  parte  degli  incolpati,  di alcune delle  precedenti  condotte  loro  addebitate, sostenendo che le considerazioni del Consiglio  nazionale  forense  sulla  pubblicità  ammessa dopo  l’entrata  in  vigore  del  decreto  “Bersani”  sono  del tutto arbitrarie  e,  soprattutto,  non  tengono  conto dell’immediato adeguamento degli incolpati al  modello  deontologico loro suggerito dalle contestate incolpazioni;

che,  con il sesto motivo (con cui deduce: “Motivo di ricorso  R.D.L.  27  novembre 1933, n. 1578, ex art. 56, comma 3: violazione  e  falsa  applicazione  del  R.D.  22 gennaio 1934,  n.  37,  art.  19,  Codice  deontologico forense”), il ricorrente critica la sentenza  impugnata,  in relazione in relazione ai capi di incolpazione nn. 1) e 2), quanto  alla   motivazione   in   ordine   alla   affermata   responsabilità  disciplinare  per  il  sostanziale tentativo, attraverso  i  messaggi  pubblicitari realizzati, di “accaparramento” della clientela;

che il ricorso non merita accoglimento;

che,  conformemente a costante orientamento di queste Sezioni  Unite,  va  premesso  che  le  decisioni del Consiglio nazionale  forense  in  materia  disciplinare  sono impugnabili dinanzi  alle  sezioni  unite  della  Corte di cassazione, ai sensi del R.D.L. 27 novembre 1933,  n.  1578,  art. 56, comma 3, convertito, con modificazioni, dalla  L.  22  gennaio  1934, n. 36, soltanto per incompetenza, eccesso di potere  e  violazione di legge, con la conseguenza che l’accertamento del fatto,  l’apprezzamento  della sua rilevanza rispetto alle  incolpazioni,  la  scelta della sanzione opportuna e, in generale, la valutazione  delle  risultanze  processuali non possono formare oggetto del controllo  di  legittimità,  salvo  che  si traducano in  un  palese  sviamento  di  potere, ossia nell’uso del potere disciplinare per un fine diverso da  quello per il quale è stato conferito;

che  inoltre,  secondo  il  medesimo  orientamento,  dette  decisioni  disciplinari de Consiglio nazionale forense debbono essere  motivate,  come  ogni  provvedimento giurisdizionale,  in  forza  dell’art.  111  Cost.,  comma 6, con la conseguenza che esse possono esser  censurate  dinanzi  alle  sezioni unite della Corte di cassazione anche  per  il  vizio  di  motivazione,  a  condizione che  tale  vizio  consista  in  omissioni,  lacune  o  contraddizioni incidenti  su  punti  decisivi,  dedotti  dalle  parti o rilevabili d’ufficio, e che la sua  deduzione  non  sia tesa ad ottenere un riesame delle prove e degli accertamenti  di   fatto,   ovvero   a  sollecitare  un  sindacato   sulla   scelta  discrezionale de consiglio dell’ordine quanto al tipo ed  all’entità  della  sanzione, oppure a denunciare pretesi travisamenti del  fatto,  non  essendo  consentito  alla  Corte di  cassazione  di  sostituirsi  all’organo disciplinare nè nell’enunciazione di ipotesi di  illecito  nell’ambito della regola generale di riferimento, se non  nei  limiti  di  una  valutazione di ragionevolezza, nè nell’apprezzamento  della  rilevanza  dei fatti rispetto alle incolpazioni contestate (cfr.,  ex  plurimis,  le  sentenze nn. 21584 e 18695 del 2011,  2637  del  2009,  20360 e 7103 del 2007, 4802 del 2005);

che,   alla   luce  di  tale  orientamento,  deve  essere  dichiarato  immediatamente  inammissibile  – per evidenti  ragioni  di  priorità  logico-giuridica,  in  ragione della denunciata illegittimità  dello  svolgimento  del  procedimento disciplinare – il secondo  motivo  del  ricorso,  relativo  segnatamente al capo di incolpazione  n.  7,  per  assoluta genericità e mancanza di autosufficienza;

che  infatti  –  posto che dalla decisione impugnata risulta  che  il  Consiglio  territoriale  dell’Ordine ha ascoltato  gli  incolpati  “a  chiarimenti”, ha raccolto le controdeduzioni degli stessi a  tutti  i  capi  di  incolpazione ed ha dedicato all’istruttoria cinque udienze,  ed  inoltre  che  non  v’è  cenno alcuno alla  doglianza  di  omesso  interrogatorio degli stessi incolpati -, la censura,  in  ogni  caso,  non  specifica quando, dove ed in quali termini sono state  formulate  le evocate richieste di ulteriore istruttoria, nè quando, dove ed in  quali termini è stato denunciata l’omissione di interrogatorio,  con  la  conseguenza che, in presenza di tali carenze, questa Corte non è  posta  in  grado  di  accertare se vi sia stata la sussistenza  della  violazione del diritto di difesa lamentato dagli incolpati medesimi;

che – come emerge dal contenuto dei su sintetizzati motivi di ricorso  – la maggior parte delle censure è rivolta alla decisione impugnata,  nella  parte in cui conferma la responsabilità disciplinare  (anche)  del  ricorrente relativamente ai su riprodotti capi di  incolpazione,  di cui ai numeri da 1) a 3);

che  giova sottolineare, in limine, che lo stesso Consiglio nazionale  forense,  relativamente al capo di incolpazione n. 1) – “Art.  5  del  Codice Deontologico Forense (C. D. F.), principio generale, per avere  avviato  l’attività  dello  studio  legale  associato  L’angolo  dei  diritti  in  un  locale posto sul piano strada,  con  l’utilizzo  del  predetto  logo,  applicando  alle vetrine vetrofanie  multilingue  ed  indicando   con  lo  stesso  mezzo  le  materie  trattate,  esponendo  all’esterno  gli  orari di apertura e riportando sul  sito  internet,  all’indirizzo (OMISSIS) la dicitura orari negozio” -,  ha  premesso  che, nella specie, “non è censurato l’esercizio  della  professione  in  ambiente  e luogo diverso  dalla  tradizione  o  con  inusualì  modalità  comunicative”, e che “la  localizzazione  dello  studio   non  comporta  neppure  una  violazione  della  riservatezza  dell’utente  o  della dignità professionale dei legali  che  operano  nello studio”, in tal modo affermando che gì i aspetti inconsueti ed  “originali” di pubblicizzazione dell’attività professionale  forense  adottati  nella specie non collidono, di per sè, con la  deontologia  professionale,  purchè  contenuti nei limiti  imposti  dai  generali  canoni   della  dignità,  del  decoro  e  della  correttezza   della  professione;

che,  riguardo a tale motivazione, è palesemente infondato il  terzo  motivo  del  ricorso – con il quale si denuncia la contraddittorietà  in  cui sarebbe caduto il Consiglio nazionale forense laddove, da  un  lato,  ha  ritenuto irrilevante sul piano disciplinare la  concezione  “tradizionale”  dello  studio legale, ma,  dall’altro,  ha  censurato  proprio il fatto che, nella specie, lo studio legale in questione non  si  conforma a modello “tradizionale” -, in quanto, contrariamente  a  quanto  opinato  dal  ricorrente, i Giudici disciplinari,  lungi  dal  cadere  in contraddizione, hanno soltanto distinto tra iniziative  di  pubblicizzazione dell’attività professionale di carattere inconsueto  ed  “originale” ma conformi ai canoni della deontologia professionale  e  le  stesse iniziative che, invece, collidono con tali  canoni  non  già per dette caratteristiche ma per le forme e per le modalità con  cui vengono realizzate;

che  l’impostazione di fondo seguita dal Consiglio nazionale  forense  è,  del resto, conforme al principio, più volte enunciato da queste  Sezioni   Unite,  secondo  cui,  in  tema  di  illeciti  disciplinari  riguardanti  gli  avvocati,  mentre  è  da  ritenere  legittima   la  pubblicità   informativa  dell’attività  professionale  finalizzata  all’acquisizione   della   clientela,  la   stessa   pubblicità   è  sanzionabile disciplinarmente – ai sensi del R.D.L. n. 1578 del 1933,  art. 38, e degli artt. 17 e 17-bis del codice deontologico forense  –  ove  venga  svolta con modalità lesive del decoro e  della  dignità  della  professione (cfr., ex plurimis, la sentenza n. 23287 del 2010,  in  un  caso  in cui la decisione del C.N.F., confermata in  sede  di  legittimità, aveva irrogato la sanzione della censura  a  carico  di  due avvocati che avevano aperto uno studio sulla pubblica via con  la  insegna  “A.L.T.  –  Assistenza Legale per Tutti –  prima  consulenza  gratuita”);

che  la decisione impugnata ha ritenuto disciplinarmente sanzionabile  per  violazione  dei canoni della dignità, della correttezza  e  del  decoro “l’utilizzo delle espressioni L’angolo dei diritti e “negozio”  (solo  successivamente eliminata)”, in quanto tali espressioni “hanno  carattere  prettamente  commerciale”, ed in quanto  “Esse  tendono  a  persuadere  il  possibile  cliente  attraverso  un  motto  pieno   di  capacità  evocativa  emozionale,  basandosi,  quindi,  su   messaggi  pubblicitari  eccedenti  l’ambito informativo  razionale  così  come  previsto  dalla  norma  deontologica”  (artt.  17  e  19  del  Codice  deontologico forense);

che,  a  quest’ultimo  riguardo, è infondato il  quarto  motivo  del  ricorso  –  con  il  quale il ricorrente sostiene  che  il  Consiglio  nazionale  forense  non  avrebbe adeguato il parametro  del  “decoro”  della  professione alla coscienza sociale ed all’etica  professionale  dell’attuale  momento storico -, in quanto, avendo le previsioni  del  codice  deontologico forense la natura di fonte meramente integrativa  dei  precetti normativi e potendo ispirarsi legittimamente a concetti  e  valori diffusi, generalmente compresi dalla collettività (sezioni  unite,  sentenza  n.  15852  del  2009),  è  certamente  ragionevole  ritenere,   con  il  Consiglio  nazionale  forense,  che   quantomeno  l’espressione   “negozio”  (orari  negozio,  di  cui   al   capo   di  incolpazione   n.  1),  utilizzata  nella  specie,  non   si   addice  all’individuazione di uno studio legale e non corrisponde  al  valore  del  “decoro” della professione di avvocato, quale è concepito anche  nell’attuale e diffuso sentire comune, senza contare che l’uso  della  stessa   espressione  giustifica  ampiamente  l’affermato   carattere  “commerciale” (art. 17-bis del Codice) del’iniziativa pubblicitaria;

che  molte  delle  critiche formulate dal ricorrente  con  gli  altri  motivi  del  ricorso sì fondano sul generale rilievo che il  decreto  cosiddetto  “Bersani”  (D.L. 4 luglio 2006,  n.  223,  convertito  in  legge,  con  modificazioni, dalla L. 4 agosto 2006, n. 248,  art.  1,  comma  1,  recante “Disposizioni urgenti per il rilancio economico  e  sociale,  per  il  contenimento  e la razionalizzazione  della  spesa  pubblica,  nonchè interventi in materia di entrate  e  di  contrasto  all’evasione  fiscale”),  in  attuazione  dei  principi   di   libera  concorrenza  e  di  libertà  di circolazione  delle  persone  e  dei  servizi, ha espressamente abrogato tutte le disposizioni legislative,  regolamentari  e  deontologiche che vietavano  ai  professionisti  la  pubblicità   informativa  circa  i  titoli  e  le   specializzazioni  professionali,  le caratteristiche del servizio offerto,  nonchè  il  prezzo  e  i costi complessivi delle prestazioni, secondo criteri  di  trasparenza   e  veridicità  del  messaggio,  il  cui  rispetto   è  verificato  dall’Ordine,  e che tale abrogazione  non  ha  comportato  alcun  vuoto normativo di tutela, in quanto il D.Lgs. 2 agosto  2007,  n.  145  (Attuazione  dell’art.  14 della  direttiva  2005/29/CE  che  modifica  la  direttiva  84/450/CEE  sulla  pubblicità  ingannevole)  contiene   una   esaustiva  disciplina  in  materia  di   pubblicità  ingannevole  e  comparativa,  che  prevede  la  esclusiva   vigilanza  dell’Autorità  garante della concorrenza e del  mercato  con  poteri  ispettivi e sanzionatori;

che al riguardo, in particolare, la censura mossa con il primo motivo  –  secondo  la  quale, nella specie, il Consiglio  nazionale  forense  avrebbe  ecceduto  i  limiti  del potere  attribuitogli,  in  quanto,  anzichè   limitarsi  a  verificare  la  veridicità  del   messaggio  pubblicitario di cui al capo di incolpazione n. 1), ha  giudicato  il  contenuto  e  gli  effetti  dello stesso messaggio,  funzione  questa  attribuita  alla predetta Autorità garante della concorrenza  e  del  mercato  –  è palesemente inammissibile, perchè “nuova”, in  quanto  tale  questione  non  risulta essere stata  sottoposta  al  Consiglio  nazionale  forense  con  i  motivi  di  impugnazione  che  lo  stesso  ricorrente  elenca minuziosamente (cfr. Ricorso, pagg. 3-5),  ciò  a  prescindere, in ogni caso, dal rilievo che in questa sede si verte in  tema  non  di  violazioni  amministrative in materia  di  pubblicità  ingannevole, bensì di violazioni di rilievo disciplinare  al  codice  di deontologia forense;

che  inoltre,  quanto  alla critica secondo cui lo  stesso  Consiglio  avrebbe  offerto una lettura troppo restrittiva del decreto “Bersani”  in tema di pubblicità informativa, è certamente vero che il D.L. n.  223  del  2006,  art.  2, comma 1, lett. b), stabilisce  che  “1.  In  conformità  al  principio comunitario di  libera  concorrenza  ed  a  quello  di  libertà  di circolazione delle persone  e  dei  servizi,  nonchè  al  fine di assicurare agli utenti un’effettiva facoltà  di  scelta  nell’esercizio  dei propri diritti e  di  comparazione  delle  prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore  del  presente   decreto  sono  abrogate  le  disposizioni  legislative   e  regolamentari  che  prevedono con riferimento alle  attività  libero  professionali  e intellettuali: (…) b) il divieto, anche  parziale,  di   svolgere   pubblicità  informativa  circa   i   titoli   e   le  specializzazioni  professionali,  le  caratteristiche  del   servizio  offerto,  nonchè  il prezzo e i costi complessivi delle  prestazioni  secondo  criteri  di trasparenza e veridicità del messaggio  il  cui  rispetto è verificato dall’ordine (…)”, e che il successivo  comma  3 dello stesso art. 1 dispone che “3. Le disposizioni deontologiche e  pattizie  e i codici di autodisciplina che contengono le prescrizioni  di  cui  al comma 1 sono adeguate, anche con l’adozione di  misure  a  garanzia della qualità delle prestazioni professionali, entro  il  1  gennaio  2007.  In  caso di mancato adeguamento,  a  decorrere  dalla  medesima data le norme in contrasto con quanto previsto dal  comma  1  sono in ogni caso nulle”;

che,  tuttavia, come è già stato rilevato da queste  Sezioni  Unite  con  la  citata sentenza n. 23287 del 2010, gli ora riprodotti  commi  del  D.L.  n.  223 del 2006, art. 2 si sono limitati ad  abrogare  le  disposizioni  legislative e regolamentari  che  prevedevano,  per  le  attività  libero-professionali, divieti anche parziali  di  svolgere  pubblicità  informativa, nonchè ad imporre,  a  pena  di  nullità,  “adeguamento”  all’abolizione  di  tali  divieti  delle  disposizioni  deontologiche e pattizie e dei codici di autodisciplina,  adeguamento  che,  con deliberazioni adottate negli anni 2007 e 2008, il Consiglio  nazionale  forense ha realizzato, tra l’altro, modificando l’art.  17  ed introducendo il nuovo art. 17-bis del Codice deontologico;

che,  invece,  lo  stesso D.L. n. 223 del 2006  nulla  ha  certamente  disposto  circa  il  rilievo  disciplinare  delle  modalità  e   del  contenuto  con cui la pubblicità informativa è realizzata,  nè  ha  inciso  sulla norma generale di cui al R.D.L. n. 1578 del 1933,  art.  38,  comma  1, secondo cui “(…) gli avvocati (…) che  si  rendono  colpevoli  (…)  di  fatti non conformi alla dignità  e  al  decoro  professionale  sono sottoposti a procedimento disciplinare”,  con  la  conseguenza  che  le  lamentate violazioni di legge  non  sussistono,  poichè  non  è  illegittimo per l’organo  disciplinare  individuare  forme di illecito (non già nella pubblicità informativa in sè, ma)  nelle  modalità  e nel contenuto con cui essa viene  realizzata,  in  quanto  lesivi  del  decoro  e della dignità  della  professione,  e  (neppure nelle iniziative di acquisizione della clientela in sè, ma)  negli  strumenti usati per l’acquisizione della clientela,  allorchè  questi   non   siano   conformi  alla  correttezza   ed   al   decoro  professionale;

che,  infine, anche il quinto motivo – con il quale il ricorrente  si  duole   che   la   decisione  impugnata  non   abbia   tenuto   conto  dell’immediato  adeguamento degli incolpati al  modello  deontologico  loro   suggerito  dalle  contestate  incolpazioni  –  è   privo   di  fondamento,  in  quanto  la  motivazione al  riguardo  del  Consiglio  nazionale  forense  (“La circostanza che i ricorrenti  abbiano  posto  rimedio  all’insufficienza  delle  indicazioni  rispetto  al  modello  deontologico in un momento successivo non scrimina per ciò  solo  il  comportamento precedente contrario alla deontologia”) è  corretta  e  conforme  a  diritto,  non  sussistendo  alcuna  norma  nel   sistema  disciplinare  forense  che  preveda l’eliminazione  dell’illecito  in  ragione  del  cosiddetto  “ravvedimento operoso”  che,  invece,  può  essere  valutato  ai  fini  della scelta e  della  graduazione  della  sanzione  (nella  specie,  non è stata  formulata  alcuna  specifica  censura a quest’ultimo riguardo);

che, pertanto, il ricorso deve essere respinto;

che  non  sussistono i presupposti per pronunciare  sulle  spese  del  presente grado del giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

[fonte: cassazione civile]

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